Presidente
MEDITERRANEO. LE SPONDE DEL DIALOGO
Chiunque voglia affrontare in maniera rigorosa i complessi nodi che l’attuale scenario geopolitico presenta nel Mediterraneo, scenario aggravato dalla crisi economica e finanziaria globale, e voglia gettare le basi per un mondo più prospero e pacifico, non può evitare di porsi il problema dell’integrazione fra i popoli del Mediterraneo, se essa sia effettivamente realizzabile, in primo luogo, ed eventualmente come. Su questo punto e lungo le sponde di questo mare l’umanità pone in essere le possibilità che ha ancora a disposizione per evitare che si produca il tanto esorcizzato conflitto di civiltà, che una volta esploso, potrebbe portare conseguenze devastanti per l’intero pianeta.
Definito da Braudel “mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre”, il Mediterraneo, crocevia di popoli, culla dell’Europa, depositario di una delle civiltà più antiche del mondo, fecondata dalla cultura cristiana-occidentale, da quella greco-slava, da quella ebraica e musulmana, spazio principe all’interno del quale si è sviluppata ed è maturata la consapevolezza che le differenze sono ricchezza, è stato, è, e sarà luogo di incontri e di scontri, di sintesi e di distinzione insieme, di armoniosa coabitazione e di aspre diffidenze.
Dopo aver svolto nell’antichità un ruolo di assoluta ed incontrastata centralità, dopo essere stato culla delle religioni monoteiste, baricentro della nascita dello sviluppo economico e tecnologico, dopo aver contribuito ad assorbire i contrasti tra gli Stati Europei in età moderna, il Mediterraneo è oggi nuovamente chiamato a svolgere un ruolo di primo piano come modello di coabitazione aperta e feconda, avendo come ambizioso obiettivo quello di realizzare uno spazio politico, economico, culturale, religioso forte, unito, propositivo, consapevole della propria identità, in grado di riproporre il valore antropologico, storico ed ideale della civiltà mediterranea, e modello di civilizzazione capace di ricomporre le lacerazioni con il vicino Oriente.
L’assetto prevalentemente Nord-centrico assunto dall’Europa, infatti, ha rivelato ormai tutta la sua inadeguatezza. E’ giunto, pertanto, il momento di guardare a Sud, al Mediterraneo ed alla valorizzazione della sua tradizione di civiltà multietnica, per raggiungere nuovi traguardi di prosperità, di sviluppo, di sicurezza e di pace.
L’entrata in vigore nel 2010 dell’Area di libero scambio tra Europa e Africa del Nord, destinata a diventare, nelle intenzioni dei protagonisti della Conferenza di Barcellona del 1995 che l’hanno progettata, forse un po’ troppo ottimisticamente, una specie di mercato comune, che avrebbe dovuto coinvolgere circa 800 milioni di persone, si presenta come un’opportunità unica per rilanciare la centralità geo-politica del Mediterraneo, in quanto spazio privilegiato in grado di avvicinare le diversità, di aprirsi alla dimensione globale, di raccordare il Nord sviluppato del pianeta con il Sud che aspira a raggiungere un pari livello di benessere e di stabilità politica e sociale. L’Italia, in quanto collocata nel cuore del Mediterraneo, è geograficamente, storicamente, e culturalmente chiamata a svolgere il doveroso compito di ponte che collega le sue rive.
Gli eventi che stanno segnando lo scenario economico e politico mondiale sembrano confermare lo spostamento verso Sud e verso Oriente del baricentro dell’egemonia planetaria, ed in questo contesto il Mediterraneo deve tornare a riaffermare la sua centralità, ed il ruolo di porta d’Oriente.
Perché questo auspicio possa avere possibilità concrete di realizzarsi è necessaria almeno una pre-condizione imprescindibile: che esista la volontà tangibile e determinata di tutte le parti in causa di fare un decisivo passo avanti, dal riconoscimento delle diversità storiche e culturali ad un vero dialogo suscettibile di favorire una conoscenza reciproca nuova, in grado di produrre più intensi e fiduciosi rapporti interpersonali.
Questa sfida potrà essere vinta se ciascuno si doterà dello strumento che ritengo più efficace, costituito dalla forza immateriale della cultura. Essa può divenire la vera carta vincente. Il linguaggio dell’arte, infatti, nelle sue molteplici espressioni, si presenta come il principale veicolo di comunicazione e di dialogo, poiché esso, massima manifestazione dello spirito creativo, geniale, fantasioso, ideale dell’uomo, appare in grado di superare le barriere ideologiche, le contrapposizioni contingenti, la diffidenza originata dall’ignoranza, per dare spazio alla profondità del cuore umano che è alla perenne ricerca di compagnia, di amicizia, di occasioni di arricchimento e di crescita. L’arte, il bello, la cultura divengono, così, veicoli straordinari capaci di avvicinare i singoli ed i popoli, preparando la strada per l’autentico dialogo, quello che non censura le differenze, ma privilegia ciò che è comune a tutti, cioè quel bagaglio di esperienze ed esigenze originarie che contraddistinguono la natura umana in ogni angolo del pianeta.
E poiché il dialogo e l’incontro come sopra concepito devono avvenire innanzitutto tra uomini, più che tra gli Stati, è necessario che le élites di ciascun Paese siano consapevoli di quanto la cultura, i valori che la ispirano nei diversi luoghi, il senso religioso da cui essi traggono alimento, possano rappresentare il fondamento di un cammino di integrazione e di pacifica convivenza, nella prosperità e nella solidarietà.
L'esperienza del dialogo interculturale ed interreligioso si prospetta, dunque, come la strada privilegiata per governare la complessità ed il pluralismo che ormai caratterizzano la società europea. Si avverte la necessità di far dialogare saperi diversi, ma soprattutto si fa viva l'urgenza di mettere in relazione il piano della riflessione teorica con quello del racconto esperienziale, dando così piena voce alla fatica e alla bellezza dell'incontro con l’altro.
Come ha recentemente riaffermato Papa Benedetto XVI nella sua ultima enciclica “Caritas in veritate”, un dialogo, per essere efficace, deve avere come punto di partenza l'intima consapevolezza della specifica identità dei vari interlocutori, per non cadere nell’eclettismo culturale, che favorisce il cedimento ad un relativismo che non aiuta il vero dialogo interculturale, ovvero nell'appiattimento culturale e nell'omologazione dei comportamenti e degli stili di vita.
Tutti siamo chiamati a questo difficile ma stimolante impegno, dando testimonianza concreta di come le barriere dell’intolleranza e della violenza possano essere superate, e di come sia possibile, oltre che doveroso, lavorare per costruire insieme un mondo più aperto, più giusto, più rispettoso della dignità di ognuno. Ci vogliono uomini con una esperienza viva, una cultura ed una tradizione alle spalle, figure che non temano l’umanità degli altri e che siano coscienti di portare in sé qualcosa capace di sostenere la sfida delle aspettative e delle esigenze di tutti gli altri uomini, al di sopra delle determinazioni culturali particolari.
La Fondazione Roma Mediterraneo, nata nel 2008 per iniziativa della Fondazione Roma da me presieduta, concreta testimonianza di quel percorso di originale rinnovamento della propria mission da me fortemente voluto, che l’ha condotta a coniugare la tradizionale attenzione alle esigenze del territorio di riferimento, con la necessità di divenire anche un centro propulsivo e creativo di idee e di proposte in rapporto alle grandi sfide che coinvolgono le radici ideali e culturali, nonché il futuro della nostra civiltà, vuole essere uno strumento agile e aperto ad ogni collaborazione al servizio della costruzione di un mondo che possa diventare accogliente dimora dell’umanità. La nuova Fondazione, infatti, si prefigge lo scopo di promuovere lo sviluppo economico, sociale e culturale dei Paesi del Mediterraneo e di incoraggiare la realizzazione di iniziative comuni che conducano alla riscoperta di valori condivisi ed all’affermazione di un’unica identità mediterranea. Essa ha già avviato diversi interventi in questa direzione, tutti connotati da un comune tratto distintivo e qualificante: il carattere strutturale e sistematico dell’intervento, che si contrappone alla frammentarietà delle molte altre iniziative che, ad oggi, si proclamano a favore del Mediterraneo.
La sfida che con questa nuova realtà abbiamo voluto affrontare sembra insostenibile, ma noi siamo figli di una delle più importanti tradizioni culturali che hanno segnato il Mediterraneo e, quindi, forti di questo passato, vogliamo provare a raccogliere il testimone trasmessoci dalla Storia, per contribuire a rinnovare nel nostro tempo la grandezza della civiltà che ha avuto origine sulle sponde di questo mare.
Prof. Avv. Emmanuele F.M. Emanuele
Presidente della Fondazione Roma Mediterraneo
Presidente della Fondazione Roma Mediterraneo


